Liviana Bortolussi, Rete di Milano, ci ha inviato la testimonianza tradotta di Aviv Tatarsky, un attivista israeliano per i diritti dei palestinesi, sulle sempre più difficili condizioni di vita delle popolazioni palestinesi. Sono difficoltà che ci vengono segnalate anche da Ibrahim Zakrawi, referente dell’operazione ‘Zakrawi Farms’ sostenuta dalla Rete Radié Resch.
“L’altro ieri sono andato nelle case di alcuni amici palestinesi in uno dei villaggi della Cisgiordania.
Da Ahmed il figlio maggiore sembra malato. Scopro che martedì dei soldati israeliani lo hanno fatto scendere dall’auto che lo stava portando al lavoro. Lo hanno tenuto ammanettato sul marciapiede, a bordo strada, per circa un’ora e mezza insieme ad altri 8 palestinesi. Era il giorno della tempesta. Sono stati trattenuti al freddo, senza alcun riparo dalla pioggia.
Proseguo da Jamal. Sua moglie soffre di una grave malattia cronica. Le medicine le ricevevano quasi gratuitamente grazie a un’assicurazione sanitaria sovvenzionata dell’Autorità Palestinese. Un mese fa il Ministero della Sanità li ha informati che ci sono dei tagli e, poiché uno dei loro figli lavora (sebbene con uno stipendio povero), non hanno più diritto all’assicurazione sovvenzionata. Non hanno i soldi per pagare un’assicurazione privata. I tagli dell’Autorità Palestinese sono il risultato dell’enorme deficit in cui è precipitata a seguito delle incessanti sanzioni economiche imposte da Israele. Jamal racconta anche che suo fratello ha ricevuto la notifica che il ricorso contro l’ordine di demolizione emesso per la sua casa è stato respinto, cioè la casa potrebbe essere demolita a breve.
Da Daoud e Hala la televisione è accesa: Al Jazeera riporta un nuovo bombardamento israeliano a Nuseirat e la famiglia parla delle vittime. I due figli più piccoli di Daoud e Hala sono a scuola: le lezioni si tengono solo tre giorni alla settimana, anche questo a causa della crisi economica dell’Autorità Palestinese, che non è in grado di pagare gli stipendi degli insegnanti. Chiedo a Daoud dei suoi frutteti. In una zona non ci va da solo perché i soldati israeliani lì attaccano gli agricoltori. Se organizziamo alcuni attivisti che lo accompagnino, ci andrà. Ora bisognerebbe arare il frutteto ma l’aratura richiede diversi giorni di lavoro e noi non possiamo stare con lui lì così a lungo. In un altro frutteto non può portare il trattore per arare perché l’esercito ha bloccato la strada che vi conduce. E nella zona del terzo frutteto hanno iniziato a girare i coloni: presto non potrà più arrivare liberamente neppure lì.
Hashem lavora in un’organizzazione che assiste gli agricoltori ed è in parte finanziata da Oxfam, una delle 30 organizzazioni internazionali di aiuto che Israele ha deciso di espellere. Prevede che, quando le attività di queste organizzazioni si fermeranno (verso marzo), migliaia di lavoratori palestinesi verranno licenziati. Gli aiuti che queste organizzazioni forniscono sostengono migliaia di agricoltori e altri imprenditori, che saranno colpiti dalla chiusura.
La madre di Walid è morta dopo anni di lunga malattia. I tagli dell’Autorità colpiscono anche il funzionamento degli ospedali: pochi giorni fa è stato costretto a portare sua madre fuori dall’ospedale e riportarla a casa. Lì le sue condizioni sono peggiorate rapidamente.
Ziad ha un piccolo negozio. Tra le altre cose vende bombole di gas. La gente bussa alla sua porta per chiedere se la fornitura di bombole è ripresa. Scopro che due settimane fa Israele ha deciso di interrompere la vendita di gas alle aziende palestinesi.
Prima di lasciare il villaggio vedo Hassan per strada. Gli chiedo se ci sono novità su suo figlio Talal, detenuto già da alcuni anni con l’accusa di lancio di pietre. Di solito risponde che non ha notizie. Israele impedisce ai prigionieri palestinesi le visite familiari e anche una visita di un avvocato non è semplice. Ma di recente qualcuno che era detenuto con lui è stato rilasciato e ha riferito che Talal ha contratto la scabbia…
Così, anche senza eventi violenti, Israele sta lentamente soffocando milioni di persone. Quasi ogni settimana trova un nuovo modo per aumentare la pressione. Non c’è casa in Cisgiordania che sia al sicuro. E ogni giorno arrivano nuove disgrazie. Chi riesce ancora a respirare sa che forse domani anche la sua fornitura di ossigeno verrà tagliata”.


