Messaggio di resilienza di Mazin Qumsiyeh, palestinese, attivista per i diritti umani Luglio ’23

Qui la lettera del 4 luglio in cui Mazin Qumsiyeh, l’amico palestinese attivista per i diritti umani e fondatore dell’Istituto Palestinese per la Biodiversità e la Sostenibilità di Betlemme, si esprime a partire dai tragici fatti di Jenin. Grazie a Giorgio Gallo (che ha anche tradotto la lettera), Mazin sarà ospite relatore al Convegno nazionale della Rete Radié Resch, Assisi, 20-22 ottobre 2023. Ci pare significativo divulgare il suo punto di vista. 

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“Speranza: presente e futuro

Nelle ultime 30 ore, le forze di occupazione e di apartheid israeliane hanno invaso la città di Jenin, compreso il campo profughi di Jenin. Hanno raso al suolo strade e infrastrutture elettriche e idriche. Hanno impedito l’accesso alle ambulanze e  hanno attaccato la stampa. Migliaia di persone sono state costrette a lasciare le loro case. Una seconda pulizia etnica per loro. Al nostro popolo viene rifiutata la protezione internazionale e, come in passato, le atrocità israeliane sono compiute con la complicità del mondo occidentale e arabo.

Le poche “dichiarazioni” rilasciate da alcuni governi per esprimere “preoccupazione” sono soddisfacenti per gli oppressori israeliani. Mentre le potenze occidentali danno ipocritamente miliardi di aiuti all’Ucraina contro la Russia per l’occupazione di parte del suo territorio, le stesse potenze appoggiano gli occupanti della Palestina. Sostengono l’apartheid e la pulizia etnica.

Vorrei fare qui una riflessione personale. Ho 66 anni e ho trascorso tutta la mia vita adulta lavorando per la causa della libertà, e per una visione di comunità umane e naturali sostenibili. La speranza è indispensabile perché non possiamo permetterci la disperazione. L’empowerment è molto più impegnativo perché implica un lavoro di convinzione. Per noi la sfida più ardua è formare un numero sufficiente di persone rese consapevoli e capaci di realizzare il cambiamento necessario. Tali persone poi si impegnano e utilizzano i metodi che ritengono più efficaci per ottenere i risultati desiderati. Io ho presentato centinaia di metodi utilizzati, la maggior parte dei quali non armati, nel mio libro “La resistenza popolare in Palestina: Una storia di speranza e di emancipazione”. Mi sono anche impegnato in decine di metodi di resistenza popolare. Negli ultimi 9 anni io e mia moglie abbiamo fatto volontariato a tempo pieno (e 7 giorni su 7) per costruire da zero un “Istituto Palestinese per la Biodiversità e la Sostenibilità”. Si tratta di un’oasi di speranza e di sanità mentale nel mezzo del caos. È una candela nell’oscurità. Non voglio che abbiate l’illusione che siamo sicuri al 100% della nostra strada. Dubbi e incertezza abbondano, soprattutto in tempi difficili, che affrontiamo spesso, e in tempi di crisi come questo di Jenin. Per esempio, quanto siamo sicuri (a livello personale) che la nostra strada sia quella giusta quando il regime israeliano che ci bombarda da 75 anni ha causato 8 milioni di rifugiati o sfollati? Aveva ragione John F. Kennedy a dire: “Coloro che rendono impossibile una rivoluzione pacifica renderanno inevitabile la rivoluzione violenta”? Esiste una sopravvivenza dei più meschini e dei più malvagi in questo pazzo mondo? La maggior parte dei palestinesi è infettata da una colonizzazione mentale che li immobilizza (ho scritto un capitolo su questo in un libro sul post-colonialismo)? Quanti hanno disciplina, etica del lavoro e impegno per rendere questo mondo migliore? Quante persone hanno un “interesse personale illuminato” <http://qumsiyeh.org/onenlightenedselfinterest/> piuttosto che un interesse personale ristretto e sciocco?  Le mie aspettative nei confronti di me stesso e di coloro che mi circondano sono più alte o più basse di quanto dovrebbero essere? La scorsa notte, mentre riflettevo su queste e altre domande in una notte insonne, mi sono reso conto di non avere molte risposte e che le risposte che ho possono valere solo per me (in fondo, possiamo cambiare solo noi stessi in realtà).

Vent’anni fa, nel mio libro “Condividere la Terra di Canaan”

<http://qumsiyeh.org/sharingthelandofcanaan/> ho articolato ciò che considero il modo razionale per fermare l’assalto alle persone e alla natura nella Palestina storica. Ora sotto lo stivale di Canaan, aggiungo una citazione di Howard Zinn relativa alla speranza che ho usato in quel libro per ricordare a me stesso:

“C’è la tendenza a pensare che ciò che vediamo nel momento presente continueremo a vederlo. Dimentichiamo quanto spesso in questo secolo siamo stati stupiti dall’improvviso sgretolarsi delle istituzioni, da straordinari cambiamenti nei pensieri della gente, da inaspettate esplosioni di ribellione contro le tirannie, dal rapido crollo di sistemi di potere che sembravano invincibili. Essere fiduciosi in tempi difficili non è solo scioccamente romantico. Si basa sul fatto che la storia umana è una storia non solo di crudeltà, ma anche di compassione, di sacrificio, di coraggio e di gentilezza. Ciò che scegliamo di enfatizzare in questa storia complessa determinerà la nostra vita. Se vediamo solo il peggio, questo distrugge la nostra capacità di fare qualcosa. Se ricordiamo quei luoghi e tempi – e ce ne sono tanti – in cui le persone si sono comportate magnificamente, questo ci dà l’energia per agire, e almeno la possibilità di mandare questa trottola di mondo in una direzione diversa. E se agiamo, anche se in piccolo, non dobbiamo aspettarci un grande futuro utopico. Il futuro è una successione infinita di presenti e vivere adesso come pensiamo che gli esseri umani debbano vivere, sfidando tutto ciò che di brutto ci circonda, è di per sé una meravigliosa vittoria.”

Mazin Qumsiyeh

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