Vi ricordate Shahd Kadher, la giovane donna palestinese attivista della PWWSD che in marzo ci ha portato le Voci delle donne palestinesi nell’incontro alla Casa sul Pozzo? Il 5 maggio ci scrive:
“Grazie mille per il caro messaggio, significa davvero molto.
Purtroppo, la situazione qui sta solo peggiorando. Proprio ieri, una famiglia di un villaggio vicino a Ramallah ha subito l’esproprio della propria casa ed è stata sfrattata. Anche il periodo della guerra in Iran è stato estremamente difficile: il nostro ufficio è stato colpito da una scheggia e le auto delle mie colleghe sono state distrutte. Solo nell’ultimo mese, cinque giovani sono stati uccisi in un villaggio vicino a Ramallah.
A livello personale, mio fratello è stato arrestato dalle IFD (Forze di Difesa Israeliane) due giorni fa, e la casa dei miei genitori è stata perquisita e gravemente danneggiata. La questione dei prigionieri pesa molto su tutti noi.*
Nonostante tutto questo, è stato molto importante per me e per le donne della Palestinian Working Woman Society for Development (a nome della PWWSD scrive anche un’email il 7 maggio) avere l’opportunità di essere in Italia, di parlare e di far sentire la nostra voce per condividere un quadro più completo e umano delle nostre vite di palestinesi, addentrandoci nelle realtà vissute per denunciare le difficoltà quotidiane che viviamo, e i nostri sforzi continui per la dignità e la giustizia. Ho apprezzato moltissimo questo spazio e il vostro sostegno. Spero che potremo rimanere in contatto …”
* Riguardo la situazione disumana a cui sono costretti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, le ultime rivelazioni sulle brutali torture inflitte da Israele ai prigionieri, tra cui stupri e violenze sessuali inimmaginabili delle quali ci aveva già parlato proprio Shahd, hanno offerto al mondo un’ulteriore testimonianza dell’orribile realtà della vita dei palestinesi sotto l’incessante occupazione coloniale israeliana. Certamente diverse forme di tortura nelle carceri israeliane sono documentate da decenni, così come è stato documentato un peggioramento delle condizioni nelle carceri israeliane a partire dagli anni 2010, ma dopo l’ottobre 2023 “le pratiche di abusi fisici e psicologici eccezionalmente spietati commesse sui detenuti palestinesi hanno raggiunto un’intensità senza precedenti nella storia della Palestina/Israele” (F. Albanese, marzo 2026). “Queste pratiche “ continua Francesca Albanese nel suo ultimo Rapporto (vedi https://www.reterr-lecco.it/tortura-e-genocidio/) “dimostrano che il sistema di detenzione israeliano è degenerato in un regime di umiliazione, coercizione e terrore sistematici e diffusi, volto a privare i palestinesi non solo della loro libertà, ma anche della loro dignità, identità e persino del più elementare senso di umanità. Lungi dall’essere eccessi isolati, tali comportamenti sono stati istituzionalizzati all’interno delle strutture di detenzione sostenute politicamente dalle autorità israeliane e pubblicamente giustificate, o addirittura celebrate, da alcuni segmenti della società.”
Per questo, riportiamo parte dell’importante appello con cui Andrew Francisco, catturato e torturato con altri 430 attivisti della Global Sumud Flotilla, conclude il suo report della terribile esperienza (27 maggio, in ‘il manifesto’):
“I governi occidentali non possono fingere che Ben-Gvir sia il problema mentre continuano ad armare, finanziare, giustificare e proteggere diplomaticamente l’apparato statale che lui contribuisce ad amministrare. Non possono condannare lo spettacolo preservando il sistema che ha reso possibile lo spettacolo.
LA RICHIESTA non può essere soltanto che vengano accertate le responsabilità per la tortura degli attivisti della flottiglia. Se la responsabilità si ferma a noi, riprodurrà la stessa gerarchia che ha permesso a questo sistema di prosperare. La nostra sofferenza conta perché ogni sofferenza conta. Non conta di più perché siamo occidentali, internazionali o perché abbiamo passaporti potenti.
La richiesta centrale deve restare la liberazione palestinese: la fine dell’assedio di Gaza, la libertà per i prigionieri palestinesi e la fine dell’architettura carceraria di dominio sulla vita palestinese.”


